Il Tirchio Celiaco

Vuoi normalità? Allora dai normalità.

Ci confrontiamo spesso con i titolari degli altri negozi senza glutine di tutta Italia su come sia particolare la “clientela celiaca”.

Il nostro doppio ruolo, negozianti da una parte (abbiamo aperto il primo negozio specializzato in celiachia della Regione Lazio) e distributori dall’altra (Celiachiamo.com è una piattaforma distributiva di prodotti senza glutine artigianali) fa sì che ci troviamo ad essere contemporaneamente colleghi e fornitori di quei negozianti e farmacisti che servono, in totale, diverse migliaia di celiaci.

Tutti si lamentano di una cosa: i celiaci non spendono una lira (ops, si dovrebbe dire “un euro”) in più oltre all’importo della ricetta.
A questo si aggiunga il fatto che la scelta del prodotto senza glutine per la stragrande maggioranza dei clienti avviene secondo parametri molto diversi rispetto a quelli dei più comuni prodotti glutinosi.

Se un prodotto è mutuabile, ossia è prendibile con il buono o ricetta mensile, ha mercato.
Se non lo è, le vendite crollano.

Ed il gusto? Beh, quello viene dopo, molto dopo.

Sembra assurdo, ma tra un prodotto a pagamento molto buono ed un prodotto appena sufficiente, ma mutuabile, la stragrande maggioranza dei celiaci sceglie il prodotto mutuabile.

Si potrebbe pensare che il prezzo del prodotto a pagamento sia magari molto più alto di quello del prodotto mutuabile. Spesso non è così, anzi.
Nonostante il prezzo dei prodotti senza glutine sia vergognosamente e scandalosamente alto (Ministero, perché non controlli, dove sei?!?) molte volte farmacisti e negozianti vedono i propri clienti lasciare accanto alla cassa prodotti che costano pochi euro solo perché “non mutuabili”.
La birra è un esempio che ci fanno tutti. Si tratta di un prodotto non mutuabile e dal costo oggettivamente abbordabile, eppure in molti scelgono di privarsi di un bicchiere di birra perché con la ricetta la birra non si può prendere.

Nel nostro negozio di Roma una bottiglia di birra estrella costa € 1,50; mi sembra che il supermercato che si trova  a pochi passi da noi la venda, quando disponibile, a qualche decina di centesimi in più.
Anche quindi la possibile obiezione che i clienti scelgono di comprare per economicità da altre parti (supermercati, market, gdo, alimentari, ecc) i prodotti senza glutine a pagamento viene meno.
A questo va aggiunto che al supermercato la varietà dei prodotti è molto limitata.

Il celiaco è quindi tirchio?

Io non credo.

Credo invece che si auto-limiti.

La ricetta mensile diventa una sorta di barriera più o meno psicologica. Una barriera invalicabile.
Ci sono quindi un sacco di sentimenti contrastanti dietro queste scelte di non consumo.
Il celiaco medio è abbastanza incavolato del fatto che i prodotti senza glutine non siano disponibili ovunque. Soffre di non poter fare la colazione al bar, così come è stufo di non trovare mai neanche un etto di pasta senza glutine al ristorante dove si trova a mangiare, dovendo ripiegare sulla solita bistecca ed insalata.

Allo stesso tempo si lamenta che quel bar che è in grado di preparare la colazione senza glutine gli fa pagare il cornetto 50 centesimi in più rispetto agli altri cornetti glutinosi.
La soluzione quindi non è richiedere l’abbassamento dei prezzi (o quanto meno una calmierazione degli stessi da parte del Ministero), ma una lamentela (che mi appare sterile finché rimane fine a se stessa) con il barista, vittima egli stesso del suo prezzo di acquisto artificialmente alto.

Risultato finale: il celiaco non va a fare colazione al bar ed il bar non avendo clientela leva il servizio della colazione senza glutine.

Da una parte trovo sensata la scelta di un qualsiasi consumatore, celiaco e non, di non acquistare un prodotto o di non usufruire di un determinato servizio se il prodotto od il servizio gli appaiono esageratamente onerosi.

Dall’altra però non capisco perché questa legittima scelta di non consumo non sia applicata ai prodotti senza glutine che i celiaci comprano tramite la ricetta.

I produttori questo lo sanno. Il prezzo è l’ultimo dei fattori su cui lavorano quando pensano alla realizzazione di un prodotto. Prima del prezzo viene la stabilità del prodotto stesso (più è lunga la scadenza e meglio è), l’appeal del confezionamento ed un packaging che faccia credere al consumatore che nella scatola c’è più prodotto del reale, all’insegna del “tutto carta e niente arrosto”.

Il prezzo? Manteniamolo alto.

Tanto i celiaci il prodotto lo prendono gratis.

E’ proprio questa percezione l’inizio di un circolo non virtuoso che vede tutti collegati: farmacisti, negozianti, bar, ristoranti, e consumatori finali.

Non solo quindi nel nostro negozio, ma vi assicuro che in tutta Italia ai negozianti piacerebbe vedere fare ai propri clienti scelte di consumo basate sulla qualità dei prodotti, sulla freschezza degli stessi, sull’assenza di grassi idrogenati, stabilizzanti, conservanti e schifezze varie. E sul prezzo.

Se il mercato non cambia dall’alto, sicuramente può essere modificato dal basso.

Chi quindi esige normalità dovrebbe iniziare a dare normalità.

Chi vorrebbe tutto gratis dovrebbe rendersi conto che niente è gratis, ma pesa sulla collettività e quindi anche e soprattutto su sé stesso.

Chi crede di non pagare i prodotti che acquista sotto ricetta, dovrebbe valutare il reale valore di spesa della ricetta stessa.

Chi crede che tutto il mondo che ha intorno dovrebbe servirlo gratuitamente è il caso inizi a comprendere le motivazioni di chi ha intorno, chiedendosi se è o meno parte dell’eventuale problematica, non vittima della problematica stessa.

Ci saranno sempre clienti che rinunceranno all’acquisto di un pacchetto di patatine da 60 centesimi a fronte del prelevamento di 140 euro di merce gratuita.

L’importante è che si rendano conto che non possono esigere normalità se per primi non sono soggetti ad un processo di acquisto, per l’appunto, normale.

Quando ad un convegno all’interno del Ministero della Salute mi lamentavo (da negoziante, sic!) dei prezzi dei prodotti gluten free, ebbi da un dirigente una risposta che ha una sua logica:

Il Ministero della Salute fornisce un contributo al celiaco, non sovvenziona il 100% della sua spesa.
Se quindi prima di essere diagnosticato tale un celiaco spendeva 2 euro per un pacco di biscotti della Mulino Bianco, ora che è celiaco deve sapere che il Ministero con l’importo del buono/ricetta non si sostituisce a quei 2 euro, ma colma la differenza di prezzo tra quei 2 euro ed il prezzo di un prodotto senza glutine.

Moltissimi celiaci non hanno chiaro questo punto.
Si lamentano (a ragione) del prezzo alto dei prodotti, non operano alcuna scelta di consumo (e non) tesa ad abbassare i prezzi dei prodotti stessi, e ritengono che non sia giusto o naturale spendere soldi al di fuori del contributo mensile.

Molti confessano anche di comprare ad esempio pasta senza glutine per tutta la famiglia perché è più comodo preparare un unico tipo di pasta per tutti. Come dargli torto. Dopo una giornata di lavoro preparare due pentole per la pasta, dividere il sugo, ecc è effettivamente complicato e dispendioso in termini di tempo.

D’altro canto trovo non tanto ingiusto, ma decisamente stupido ritenere possibile che con 99 o 140 euro al mese si riesca a coprire il fabbisogno di pane, pasta, dolci, biscotti ecc di una intera famiglia.

Un celiaco sembra dimenticare che prima della diagnosi, quando ancora mangiava prodotti con glutine, spendeva mediamente 150 euro al mese tra pane, panini, pizza, dolci, torte, biscotti, cereali per la prima colazione, lieviti, farina, crackers, sostituti del pane, ecc.

Alcuni celiaci arrivano addirittura a credere che con circa 100 euro al mese, e sapendo che i prodotti gluten free costano il doppio dei prodotti comuni, riescano a soddisfare i loro bisogni e quelli di parte della loro famiglia; o per meglio dire, si lamentano di non riuscire in questa impresa.

Ogni persona, cliente o non cliente, credo sia libero di pensare ed agire come crede.

Ci si chiede solamente come non si possa notare grande contraddizione su aspetti così ovvi.

Per esperienza personale se si prova a dire ad un cliente celiaco che in realtà è del tutto normale andare “fuori ricetta”, ossia spendere più del contributo mensile ministeriale, con buona probabilità si ha in risposta una critica al prezzo dei prodotti ed un rifiuto a superare questa barriera. Non è una argomentazione, ma a quanto pare è una risposta.

Mi appare una sorta di auto-castrazione.

Se prima spendevi 2,50 euro per una confezione di pan di stelle, che problema c’è a spendere oggi la stessa cifra per levarsi uno sfizio e mangiare un biscotto di cui magari si ha voglia?

Non è solo nostra esperienza diretta, ma da tutta Italia anche gli altri negozianti ci dicono che è infinitamente più frequente vedere il proprio cliente lasciare un prodotto per non superare la quota della ricetta (anche se di pochi centesimi) piuttosto che colmare in denaro l’eventuale eccedenza.

E’ ovvio che ci sono delle eccezioni, però la statistica è davvero significativa e schiacciante.

La normalizzazione della dieta senza glutine passa anche attraverso un approccio più naturale al processo di acquisto dei prodotti.

Tirchio o non tirchio, ogni celiaco dovrebbe operare scelte di consumo orientate dal gusto, dalle possibilità di inclusione e non di esclusione che può creare un prodotto, dalla qualità degli ingredienti; e dal portafoglio.

Quanti celiaci propongono a tutti gli amici di mangiare, per quella sera che sono ospiti a casa sua, tutti quanti senza glutine?
Quanti celiaci realizzano due torte di compleanno, una “normale” e l’altra senza glutine?
Quanti per pochi spiccioli rinunciano al piacere di una birra al pub con gli amici?

Come ripeto, il “celiaco medio” descritto, somma delle tante situazioni che viviamo e che ci raccontano gli altri farmacisti e negozianti con cui ci confrontiamo, non rappresenta la totalità dei celiaci, ma quella tipologia di consumatore che auto limita le sue possibilità, vive la sua condizione come minoritaria, ed anche quando avrebbe la possibilità di far conoscere il senza glutine agli altri, amici o parenti che siano, decide di escludersi senza motivo.

Sarà anche tirchio? Forse, chissà.

By Celiachiamo.com Srl
Vendita e distribuzione prodotti garantiti senza glutine
Via Giulio Venticinque 32/34
Roma
www.celiachiamo.com

8 Responses to “Il Tirchio Celiaco”

  1. vale Says:

    molto interessante questo articolo
    condivido parecchie cose

    dispiace se lo inserisco su fb e twitter?

    Vale

  2. wilma prato Says:

    vi voglio bene! sono 10 anni che combatto e perdo ! non avete idea di quanto mi faccia felice il vostro articolo.
    Io sono un produttore artigianale di biscotti senza glutine e vorrei tanto che finisse questa storia del rimborso, in tal modo si arriverebbe 1° ad una concorrenza reale basata solo sul rapporto qualità prezzo 2° ad una diminuzione notevole della spesa da parte sia dei celiaci rimborsati che di coloro che per vari motivi sono costretti a una dieta priva di glutine, vedi pazienti autistici, e che oggi sono costretti a fare un leasing!! 3° una diminuzione del costo per lo stato il che non guasta.
    scusate lo sfogo
    wilma

  3. Ste Says:

    Concordo.
    Il sistema attuale è mostrosamente complicato,
    1) richiede una gestione burocratica per le istituzioni
    2) non è equo
    3) gli esercenti sono rimborsati in ritardo

    Se vogliamo andare incontro a chi ha intolleranze importanti perchè non gli facciamo una detrazione sull’IRPEF? Si otterrebbe:

    1) azzeramento della gestione burocratica delle fustelle e dei rimborsi
    2) equità (perchè chi se lo può permettere deve ricevere lo stesso buono di chi è in difficoltà?)
    3) gli esercenti sarebbero pagati cash dal cliente
    4) pagando, il cliente, tornerebbe a comportarsi come in qualsiasi altro negozio.

    La faccio troppo semplice? mi sfugge qualcosa?
    Stefano

  4. Ste Says:

    Ottimo articolo, posso pubblicare su fb?
    Grazie

  5. Staff Celiachiamo.com Says:

    Ciao Vale, ciao Ste. Tutto il blog è ripubblicabile senza problemi.
    Anzi, è un piacere.
    Quanto dice Stefano è troppo razionale per essere applicato al settore senza glutine. :)
    Considera però che se dici ad un campione di celiaci che vuoi levare il buono, almeno 9 su 10 rischiano di azzannarti. Non importa la normalizzazione del mercato, l’abbassamento dei prezzi, il confronto con gli altri paesi, il reddito, le difficoltà economiche di negozi e farmacie, il costo per lo Stato e per la comunità, l’abbattimento delle barriere all’entrata del mercato e tutte le altre cose che comporterebbe una scelta del genere.

    Quando parli di valore reale di acquisto del buono in moltissimi ti guardano come fossi un pazzo. Ti dicono “sissì” e poi comprano prodotti industriali a 100 euro al kg perchè “al bambino piacciono solo quelli”.
    Siamo un paese (la p minuscola è d’obbligo) in cui è comunque legittimo pensare che se levassero il buono la normalizzazione del mercato e dei prezzi sarebbe tutto sommato lieve perchè se ci pensi bene non c’è una autority di controllo ora che i prezzi sono folli, figuriamoci in un mercato “libero” in cui sarebbe ugualmente facile continuare a fare cartello.

    Vi abbraccio, grazie per la visita.

  6. gianni Says:

    non è questione di tirchiaggine, la asl mi da 99 euro di buoni da spendere solo in farmacia (regione lazio) calcolando i costi dei prodotti in farmacia, non bastano e devo integrarli acquistando al supermercato. sono daccordo nell’ eliminare il buono spesa asl e introdurre il riborso irpef. cosi siamo tutti felici e contenti

  7. Stacca la Spiga: un consiglio di Celiachiamo.com Says:

    [...] sa che invece il nostro approccio al senza glutine è estremamente sereno, che scherziamo sul “tirchio celiaco” e che la complessità della questione prezzi-canali di distribuzione-libertà di spesa della [...]

  8. black-box Says:

    il suo articolo è veramente di dubbio gusto ,in effetti come la birra senza glutine.
    prima di parlare di un argomento si dovrebbe capire le esigenze di chi consuma (celeiaco o non celiaco) off course
    detrazione irpef !!!!!!
    e chi è in debito con lo stato che fa’ ?
    riamane a bocca asciutta ?

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