Archive for the ‘Pensieri intolleranti’ Category

Celiachia, RAI, e dolori di schiena

Thursday, February 21st, 2013

La scorsa settimana abbiamo ricevuto una telefonata di una giornalista di Rai 3 che lavora nella trasmissione Elisir e che ci chiedeva un appuntamento per un servizio sulla celiachia che la trasmissione aveva bisogno di realizzare.

Ci siamo quindi incontrati in negozio, e la giornalista in questione mi ha spiegato che Elisir aveva in mente una trasmissione dedicata alle intolleranze alimentari; all’interno di questa trasmissione volevano dedicare una finestra alla celiachia, avendo anche in studio come ospite un medico milanese e Gaia de Laurentiis, testimonial di AIC (Associazione Italiana Celiachia).

La giornalista fa un giro del negozio e rimane piacevolmente sorpresa dai tanti prodotti esposti.
Mi dice di avere due figli celiaci e che in farmacia non trova tutti i prodotti che invece vede esposti da Celiachiamo.

Mi anticipa quindi che quando verrà con la troupe a realizzare il servizio vorrebbe farmi una domanda su come sono cambiate le possibilità di scelta dei celiaci negli ultimi anni.
Io le rispondo che nei nostri negozi ci sono oramai oltre 1200 prodotti diversi e che fortunatamente rispetto ad anni fa sono davvero molte le alternative di acquisto: sempre più pani, pizze, dolci, biscotti, surgelati, ecc di sempre più ditte, industriali ed artigianali.
Sono i prezzi purtroppo, a non scendere.

La giornalista mi dice che è proprio sui prezzi che mi vorrebbe fare la sua seconda domanda.
Mi chiede come mai i prezzi dei prodotti senza glutine sono così alti.

Io sorrido e le dico che come sempre quando in Italia è la collettività a pagare, chi vende allo Stato non lo fa ad un prezzo di mercato ma gonfia artificialmente i prezzi e chi acquista, in questo caso il Ministero della Salute, non controlla che sta pagando un prezzo artificialmente alto.

La giornalista è intrigata da questa mia dichiarazione, ed incuriosita mi chiede di spiegarle per bene questa storia dei prezzi artificialmente alti imposti dai produttori e del Ministero che non vede non sente e non parla.

Io sorrido per la seconda volta e le dico che già in passato ho avuto occasione di parlare con altri giornalisti, ma a nessuno è realmente interessato far uscire la verità sui prezzi dei prodotti senza glutine, in quanto con mirabolanti taglia e cuci i servizi sulla celiachia a cui nel mio piccolo ho contribuito sono sempre stati tagliati nella parte inerente la responsabilità dei prezzi del settore.
Questa volta è la giornalista a sorridermi ed a rispondermi:

“Guarda che noi siamo Rai3, non abbiamo mica paura di nessuno.”

“Benissimo” replico io, e per i successivi 30 minuti spiego alla giornalista, interessatissima, le dinamiche del doppio confezionamento dello stesso prodotto per negozi e farmacie da una parte e supermercati dall’altra, il rimborso delle fustelle, le procedure di notifica dei prodotti da parte dei produttori, il confronto con i mercati esteri, ecc.

La giornalista si segna tutto e l’unica cosa che mi chiede è di sintetizzare in un solo minuto la mia risposta sui prezzi perché i tempi televisivi del servizio non permettono un approfondimento superiore.

Io allora le comunico che spiegherò solamente che i produttori notificano al Ministero un prezzo artificialmente alto in quanto i prodotti senza glutine sono rimborsabili dal Servizio Sanitario Nazionale ed i clienti celiaci comprando con la ricetta non hanno una vera e propria percezione di spesa, non tirando fuori materialmente soldi nei negozi e nelle farmacie dove fanno la loro spesa, ma usufruendo di una sorta di credito a scalare mese per mese.

Continuo anticipandole che citerò il cartello prezzi dei produttori senza nominarne nessuno in particolare, essendo una situazione diffusa, e che dirò che il Ministero della Salute non controlla il prezzo che i produttori notificano, facendo quindi passare come mutuabili prodotti con prezzi al kg stellari, fino a 100 euro al kg per un biscottino.
Lascerò fuori il doppio confezionamento, i tempi di rimborso biblici dei negozianti, il cartello dei prezzi, il confronto internazionale, ecc.

Soddisfatta, la giornalista mi rimanda al Venerdì alle ore 10 per l’appuntamento in negozio con la troupe e mi anticipa che mi chiamerà l’indomani per una ulteriore conferma.

Il giorno successivo effettivamente mi richiama confermandomi il tutto, le due domande, ecc.

Mi dice però che si è confrontata con gli autori del programma e che non hanno valutato positivamente il dare responsabilità al Ministero della Salute, che mi chiede di non nominare nella mia risposta sui prezzi dei prodotti gluten free.

Io le dico che non ne comprendo il motivo, e rilancio dicendole che mi assumo personalmente e come titolare di Celiachiamo.com la responsabilità delle mie affermazioni, non temendo ed anzi essendo disponibile ad un eventuale confronto con la redazione e con le istituzioni, listini di acquisto e dati alla mano.
La giornalista niente, mi conferma la “non opportunità” del tutto.

Al mio rifiuto insiste e mi comunica che in linea con quanto voluto dalla redazione preferisce che il Ministero non venga proprio nominato, e testualmente, mi comunica che:

“le cose si possono far capire anziché dirle in maniera esplicita”

A quel punto io le comunico che a casa mia, a lei, ad Elisir ed a tutta la redazione non farò mettere piede, invitandola a trovare qualcun altro che accetti le loro risposte imboccate e false.

Piccata, la giornalista mi dice che questo mio comportamento non fa il bene di Celiachiamo, in quanto evidentemente sto rifiutando una visibilità importante.

Rispondo che al limite preferisco morir di fame, ma con la schiena dritta.

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Associazione Italiana Prezzi Bassi

Thursday, February 7th, 2013


Uno degli scopi, se non lo scopo principale dell’Associazione Italiana Celiachia dovrebbe essere il miglioramento della qualità della vita dei celiaci.

Doverosa premessa la mia.
Doveroso condizionale il mio.

E’ di pochi giorni fa la notizia che anche in Lombardia saranno ampliate le modalità di erogazione dei prodotti senza glutine: largo quindi a supermercati, ipermercati e GDO (Grande Distribuzione Organizzata).

Tutti i presidenti regionali di AIC con cui ho avuto occasione di parlare e tutte le persone che in AIC hanno potere decisionale mi hanno sempre comunicato che l’apertura ai supermercati è da loro considerata un passaggio chiave per l’abbassamento dei prezzi dei prodotti senza glutine.

In effetti su questo non ho nulla da eccepire: all’università mi hanno insegnato che più competitor significano più concorrenza e che più concorrenza significa abbassamento dei prezzi.

Ma all’università si studiano i mercati normali, non quelli finti.

Il mercato dei prodotti senza glutine è un finto mercato. Lo ripeto da quando ho avuto in mano il primo listino di acquisto prodotti quando aprire un negozio specializzato in prodotti senza glutine era ancora solamente una idea che frullava in testa.
Solo in riferimento a questo blog, la pantomima dei prezzi è stato argomento principale, a mia memoria, almeno una decina di volte.

La denuncia dei prezzi artificialmente gonfiati è da sempre un mio argomento ricorrente quando ho occasione di parlare con i dirigenti di ASL, Regioni, del Ministero della Salute, vertici dell’Associazione Italiana Celiachia, ecc.

Le cose però non cambiano alla radice, ossia alla fine della fiera, alla fine dell’impegno (vero o presunto) di tutti, alla fine delle “battaglie vinte”, il risultato è che a meno di offerte sottocosto di Lidl, un celiaco medio non se la cava con meno di 6 euro per un kg di farina, figuriamoci per un prodotto finito.

Come mai?

Lo riririririririspiego in breve.

Noi negozianti, proprio come gli odiati farmacisti, abbiamo un prezzo di acquisto prodotti evidentemente diverso dal prezzo di vendita dei prodotti stessi.

A molti celiaci sembrerà strano, ma noi negozianti (ed i farmacisti) abbiamo un guadagno nella vendita dei prodotti.
Per inciso, quelle 65 ore che mediamente passo al negozio ogni settimana non sono (ma sarebbe meglio utilizzassi un condizionale) una opera caritatis.

Invito da subito i furbacchioni che stanno pensando che mi stia arricchendo a fare a scambio di automobile con me, se lo credono davvero: io metto sul tavolo una Peugeot 106 immatricolata a Gennaio 97′ color marrone smagliante e 197mila km sulle ruote.
Chi (s)offre di più? :)

Benintesi, non mi lamento, la mia brownie non la cambierei per quasi nulla al mondo.
E riaprirei 1000 volte i negozi Celiachiamo perché indipendentemente dalle difficoltà incontrate faccio un lavoro fichissimo.

Vabbeh, macchine scalcagnate a parte, quello che vorrei spiegare è che negozi specializzati e farmacie hanno dalla propria Regione un rimborso pari al controvalore dei prodotti acquistati dai singoli clienti.

Ecco a cosa servono quelle fustelle, ossia quei codici a barre che si staccano dalle etichette dei prodotti senza glutine.

Paghi il Pane Casereccio della Schar € 4,24?
Significa che Schar ha notificato al Ministero della Salute quel prodotto a quella cifra.

La Regione rimborserà € 4,24 al farmacista ed al negoziante che dimostreranno l’acquisto di quel pane tramite la presentazione della ricetta del celiaco con applicata sopra la fustella del pane casereccio.
Anche nelle virtuose regioni in cui non c’è lo stacca-attacca delle fustelle ma il collegamento telematico il sistema di rimborso non cambia.

Farmacisti e negozianti hanno da parte delle aziende uno sconto sul prezzo che le aziende stesse notificano al Ministero.

Hai capito bene. Uno sconto.

E, so che ti è sfuggito, se rileggi quanto scritto ho detto che sono le aziende a comunicare i prezzi che il Ministero dovrà rimborsare.
Il Ministero della Salute cosa fa? Approva tutti i prezzi che le aziende gli “propongono”.
Produci pane carasau e fai pagare 20 euro per pochi grammi ogni tua confezione? Benissimo, il Ministero ti dirà che per il tuo prodotto la Regione rimborserà i 20 euro che chiedi.
Vuoi alzare il prezzo di un prodotto per cui il Ministero ti ha già approvato la notifica?
Nessun problema, comunica il nuovo prezzo e la comunità lo pagherà senza batter ciglio.

Capisci ora perché una azienda come Happy Farm ha lanciato sul mercato un cioccolatino rimborsabile dal SSN che costa 100 euro al kg?
Certo, paga pantalone!

E’ un mercato normale od un mercato finto quello che sto descrivendo?

Ritorniamo al discorso dello sconto.

Negozianti e farmacisti hanno dalle aziende produttrici uno sconto che parte dal prezzo al pubblico del prodotto. Che so, ad esempio l’Happy Farm di turno propone un 30% di sconto su quel prezzo.

Che c’è di strano?

La stranezza è che in un mercato normale il negoziante ha un prezzo di acquisto e poi, in base alla propria struttura aziendale, decide quanta percentuale “ricaricare” sul suo prezzo di acquisto.

Solitamente, ad esempio, nel settore abbigliamento c’è un ricarico del +100% sul prezzo che il negoziante paga quel jeans o quella maglietta.

Sconto e ricarico non sono quindi la stessa cosa e non hanno le stesse conseguenze.

Con il ricarico c’è mercato e c’è concorrenza, in quanto ogni negoziante potrà vendere quel jeans o quella maglietta ad un prezzo più concorrenziale del negoziante vicino, magari riducendo il proprio ricarico.

Con lo sconto non c’è mercato e c’è al massimo con-presenza, in quanto sono le aziende produttrici a giocare sul fatto che il prezzo di vendita sia imposto.
Non a caso i prezzi al pubblico sono uguali per tutti.

Si chiama cartello, c’è poco da girarci intorno.

Le menti più sofisticate potrebbero dirmi: ma scusa, chi ti vieta di abbassare i prezzi al pubblico e di chiedere alla tua Regione un rimborso più basso del prezzo rimborsato solitamente dal SSN?

Indipendentemente dal fatto che questa cosa in molte regioni non è neanche tecnicamente possibile, ed anche se spesso chi ti scrive abbassa i prezzi dei prodotti più che può (se sei mai entrato in un negozio Celiachiamo o sul sito celiachiamo.com lo sai di certo), secondo te le aziende produttrici ti danno la possibilità di avere una marginalità tale da poter abbassare i prezzi in maniera significativa?

Se il pallino del prezzo fisso è in mano al produttore (e non al mercato), come puoi pensare che sia possibile un abbassamento significativo del prezzo?

Riassumendo, nel settore senza glutine il produttore sceglie quanto far pagare alla collettività i propri prodotti, ossia sceglie quanto guadagnare, il Ministero della Salute per “inspiegabili” motivi non si oppone all’accettazione di questo prezzo, e negozianti e farmacie non possono operare sul prezzo in quanto non hanno i margini per poterlo fare, visto il giochino così architettato.

Il celiaco, cliente finale, si ritrova dove solitamente si trova il cetriolo dell’ortolano ad assistere inerme al rarissimo caso di un mercato in cui i fruitori clienti celiaci come lui aumentano in continuazione, l’offerta di prodotti si arricchisce sempre più, i punti di approvvigionamento prodotti sono sempre più numerosi, le aziende produttrici sempre più numerose…ed i prodotti sempre più cari.

Porca miseria, quasi quasi torno all’università a raccontarlo anche a loro.
Magari mi becco il bacio accademico.

All’inizio del post parlavo dell’ampliamento ai supermercati nella rivendita dei prodotti senza glutine.

Hai notato come al supermercato molti prodotti senza glutine costino meno che nei negozi o nelle farmacie?

Pensi che il prezzo al pubblico più basso lo faccia la capacità che un supermercato ha nell’acquistare grandi volumi di quel determinato prodotto e quindi di strappare al produttore un prezzo di acquisto più basso.

Niente di più sbagliato.

Chi ti scrive, essendo a capo di più negozi specializzati e monodedicati al gluten free, vende di un qualsiasi prodotto senza glutine volumi molto più alti di un qualsiasi gruppo di supermercati generici.

Ma non riesce ad avere prezzi di acquisto così competitivi.

Pensa (arrivato a questo punto non avrei motivo di dirti falsità, non credi?) che ogni volta che un qualsiasi supermercato fa una offerta su un prodotto senza glutine, sarebbe conveniente per un qualsiasi negoziante o farmacista andare lui stesso a fare incetta del prodotto in offerta per poi rivenderlo in casa propria al prezzo standard (quello mutuabile e rimborsato dalla Regione), perché nettamente più basso del suo prezzo di acquisto ordinario.

Inoltre molti produttori, pensando di dividere i canali (con ricetta in farmacie e negozi e cash al supermercato) hanno realizzato linee di produzione identiche nel contenuto, ma diverse solamente nel confezionamento.

E nel prezzo.

Stesso prodotto, confezionato in due modi diversi e con nome diverso.

Prezzo basso quando si paga in contanti al supermercato.
Prezzo alto quando paga pantalone in farmacia e nel negozio specializzato che ritira le ricette.

Quando i produttori posizionano i loro prodotti al supermercato, il loro obiettivo non è l’1% di clientela celiaca, ma il 99% dei clienti non celiaci incuriositi dal provare l’alimentazione senza glutine, gli intolleranti momentanei, quelli che seguono per un determinato periodo una dieta di esclusione, ecc.
In aggiunta a questi c’è ovviamente tutto il mondo che ruota intorno al singolo celiaco: la sua famiglia, gli amici che hanno bisogno di un pacco di pasta per invitare a cena il celiaco, e dulcis in fundo, il celiaco stesso che ingolosito dalle offerte una tantum, decide di fare tutta la spesa per sè e per la sua famiglia nel supermarket in questione.

In questo supermercati e produttori incontrano le rispettive esigenze: i produttori ampliano il proprio mercato, rendono più accessibile il prodotto senza glutine, altrimenti inavvicinabile, per via del prezzo molto più alto rispetto al vicino di scaffale glutinoso.
Contemporaneamente colmano le esigenze del celiaco a cui non bastano i 100 euro al mese che in media il Ministero gli riconosce.

Il supermercato allarga la sua fetta di mercato, dando un servizio in più alla sua clientela, utilizzando spesso il prodotto gluten free come specchietto per le allodole, interessato in realtà a vendere tutto il resto, dove ha una marginalità ben superiore.
Non è interesse del supermercato ritirare le ricette, in quanto aspettare mesi e mesi i tempi di rimborso delle regioni non è una attività considerata economica dalle direzioni commerciali dei grandi gruppi.
Le eccezioni a questa regola le si possono trovare nelle regioni più virtuose (ossia veloci a pagare) e nei gruppi che come Coop si fanno realizzare prodotti a proprio marchio per aumentare la propria marginalità.

Ora che sei pazientemente arrivato fin qui, se io ti chiedo quale sia la soluzione in relazione ai prezzi, tesa al  miglioramento della qualità della vita dei celiaci, tu cosa mi rispondi?

  • Una autority di controllo sui prezzi accettati dal Ministero della Salute?
  • L’intervento del garante della concorrenza dei prezzi e del mercato?
  • Una delibera tesa alla calmierazione dei prezzi in riferimento ai prodotti per cui il produttore richiede la mutabilità, pena la non accettazione della mutabilità stessa?

Se sei una persona a cui non interessano i finanziamenti dei produttori mi rispondi una delle tre opzioni appena proposte.
Ho paura che se fai parte di AIC tu mi risponda che

il tuo ruolo di portavoce delle esigenze dei celiaci ti ha permesso di mettere a disposizione dei tavoli tecnici le tue competenze e la tua esperienza.

E buona camicia a tutti.

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La coda di paglia

Thursday, December 20th, 2012

Ho sempre avuto una personale passione per la comunicazione istituzionale: agenzie di stampa, spin doctors, portavoce…tutti che badano, giustamente, a quel che dicono, perchè le parole, come dice Nanni Moretti in Palombella Rossa, sono importanti.

Sui social network i “comunicatori istituzionali” in teoria cercano il dialogo ed il confronto con i comuni mortali, in pratica hanno come unico interesse sembrare come Dash: bianchi che più bianchi non si può. Felici, sereni, sorridenti. Vincenti.

Se Facebook non prevede il tasto “non mi piace” ci sarà un perchè…

Ogni tanto però scappa fuori l’anomalia. Esce quello che pensi veramente.
In questi rari momenti di normalità capitano opinioni e punti di vista differenti.

Ecco, questi rari momenti devono essere eliminati.
C’è il pericolo che oltre agli abbracci, ai cuoricini ed ai grandi sorrisi istituzionali qualcuno si accorga che c’è anche altro. Tutto da cancellare, quindi.
O almeno questo deve essere stato il pensiero dell’Associazione Italiana Celiachia Umbria.

Giorni fa il Presidente dell’Associazione umbra si lanciava (sulla pagina istituzionale dell’Associazione stessa) in una considerazione sulla opportunità di realizzare eventi a pagamento rivolti ai celiaci.

Di seguito riporto lo scambio di vedute con l’Associazione Italiana Celiachia Umbria.
Lo posto qui, cioè a casa mia, perchè evidentemente a casa degli altri il mio pensiero è come un ospite puzzolente.
Come ai tempi del MinCulPop fascista, dalla bacheca Facebook di AIC Umbria è subito sparito questo scambio di opinioni. Nessuna replica alla mia richiesta di chiarimenti sul perchè dell’eliminazione, se non un corporativo “Se ha cancellato il post, il Presidente avrà avuto i suoi buoni motivi”.
Così la bacheca è tornata finalmente radiosa e splendente.
Bianca che più bianca non si può.

Da bravo antifascista non potevo che riportare a nuova vita lo scambio di vedute che trovate di seguito.
Così, perchè ognuno si possa fare una propria idea: socio o non socio, celiaco o non celiaco, bello o brutto, bianco più bianco o nero calimero.

La famosa Celiachia

Monday, October 22nd, 2012


Leggo su giornali e su siti internet di persone che si rallegrano del fatto che la celiachia abbia testimonial famosi.

Su Facebook in tanti a condividere le dichiarazioni di Daniele Bossari che racconta le sue esperienze di bambino, di Claudia Koll e del suo cambio di abitudini quotidiane, di Gaia De Laurentis e del suo approccio di mamma con bimbo celiaco, di Laura Torrisi e dei suoi sbalzi d’umore pre-diagnosi.

Poi ci si rallegra che il tennista Novak Djokovic ed il rugbista Martin Castrogiovanni siano campioni dello sport pur essendo celiaci: sicuramente una iniezione di fiducia soprattutto per quei ragazzi che si scoraggiano credendo che la dieta senza glutine sia necessariamente portatrice di rinunce.

Tutto questo fa bene alla cosiddetta opinione pubblica, così come fa bene l’associazione italiana celiachia ad utilizzare testimonial famosi per ampliare  il più possibile la conoscenza della celiachia, passaggio fondamentale per arrivare a considerare “normale” la dieta senza glutine ed il celiaco stesso.

Chi ti scrive sposa da sempre al 100% questo obiettivo.

Chi ora ti scrive ha però anche la stessa età di un celiaco meno famoso.
Un ragazzo celiaco morto tre anni fa non di celiachia, ma di calci sulla schiena, pugni in pancia ed abbandono.

Due fratture alla colonna vertebrale, la rottura della mascella, un’emorragia alla vescica, gravissime lesioni al torace, al viso, alle gambe.

In questa italia con la i minuscola, fatta di merda e di starlette, il mio pensiero oggi va a Stefano Cucchi ed alla sua famiglia.


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Specchietti per celiaci

Saturday, September 1st, 2012

Specchietti per celiaci

L’allodola è un animale intelligente. Ama le cose che sbrilluccicano, come darle torto.

Anche il celiaco è un consumatore intelligente. Quando legge “senza glutine” gli sbrilluccicano gli occhi.

Il problema è che la stagione venatoria è aperta 365 giorni l’anno, quindi la povera allodola rischia di avere non pochi mal di pancia se continua ad inseguire gli specchietti.

In Celiachiamo.com siamo abituati a diffondere il verbo “celiacare“, quindi gli altri negozianti dei quartieri in cui sono inseriti i nostri punti vendita all’inizio ci guardano come fossimo dei simpatici ragazzi con questa stravagante, innovativa e fallimentare idea di vendere a questi “ciliaci” i prodotti senza glutine (o glicine, fate voi), poi col tempo a forza di vedere camion che in continuazione scaricano merce, si convincono che questi prodotti celiachi non ce li mangiamo tutti noi, ma che è evidentemente pieno di uccelliaci anche se loro credevano che questa specie fosse presente solo in qualche racconto mitologico.

Succede quindi che il negoziante cacciatore nostro vicino, quatto quatto, lesto come una mangusta ed invisibile come un elefante rosa, cominci a sbirciare dalle nostre vetrine per intravedere strani figuri che compiono gesti rivoluzionari, quali lasciar cadere un pane in cassetta nel loro carrello della spesa, oppure scegliere tra diversi tipi di crackers o di pan grattato, fino addirittura a chiedere consigli sul miglior biscotto per la prima colazione.

L’uccelliaco medio ha legata ad una zampetta una pergamena che gli rilascia la asl.

Grazie a questa, esce dai negozi Celiachiamo senza pagare.

Di solito i negozianti nostri vicini ci mettono dai 2 ai 3 anni di appostamento ed intercettazioni ambientali per capire come sia possibile questo scambio pergamena-prodotti.

Solo i più intrepidi si lasciano alle spalle ogni timore e tentano l’approccio con noi utilizzando frasi di rottura ghiaccio del tipo “Ao, però nso’ mica pochi sti celiachi, eh?“, oppure “Ammazza quanta robbba comprano questi, ma è tutto senza clugine?“, o ancora, in particolare a Terni, “Com’è? Sti ciliaci nun se conteno eh, si’ccisu!“.

Conquistati da siffatta qualità relazionale, tendiamo a rispondere “d’altra parte è così” ad oggi successiva loro domanda investigativa.
Confesso in questo scritto che rimandiamo all’Associazione Italiana Celiachia i casi più disperati, ma negherò questo punto a domanda diretta di qualche presidente regionale.

Cataloghiamo come “disperato” quel caso in cui al nostro interlocutore parta per la tangente l’occhio destro quando nominiamo nella stessa frase le parole “contaminazione”, “20 parti per milione”, e “grano saraceno”.

Il risultato della nostra presenza sul territorio è quindi un discreto numero di attività commerciali a noi limitrofe che iniziano a preparare cappuccini di soia, si avventurano in tramezzini senza glutine, comprano un paio di pacchi di pasta per prepararsi al peggio, o, dopo una veloce lettura sulla Treccani creata da Zuckerberg, decidono che il loro gelato è senza glutine e quindi fanno un bel cartello e deforestano l’Amazzonia per creare miliardi di volantini con scritto “gelato senza glutine“.

Volantini peraltro ottimi per la pulizia delle nostre vetrine, peccato non facciano una contemporanea distribuzione di Vetril.

Da bravi negozianti Celiachiamo ci andiamo magari a prendere un gelato in pausa pranzo, ed alla vista del gelato al gusto tiramisù chiediamo se anche quello è garantito senza glutine.
Il sangue, già leggermente raffreddato alla vista della scritta “gelato senza glutine e per intolleranti” che campeggia sulla lavagna gusti, finisce il suo percorso di congelamento quando la risposta alla nostra domanda è “Penso di sì”.

Quando invece la risposta alla domanda “Scusa ma le cialde dei coni non sono con glutine?” è:

“Certo che no!”

tendiamo a chiedere come mai nella lista ingredienti il primo sia “farina di frumento”…

C’è da dire che la gelateria è parecchio sbrilluccicante.

Il gelataio a quel punto indispettito da tutte queste nostre domande, è solito dire che sa il fatto suo e che lui con i clienti intolleranti ci parla (evidentemente li riesce a fiutare a distanza), che fa anche il gelato di soia, e che si informerà sul fatto che la dicitura “senza glutine” sia normata, ossia è utilizzabile solamente a fronte di analisi, di tracciabilità delle materie prime e di dimostrabile assenza di contaminazioni crociate, cosa che gli comunichiamo giusto qualche istante prima di andare via.
Il risultato è che il cartello rimane lì, come tutti già immaginate.

Io che sono contro la caccia, sono anche contro questa mattanza sulla corretta comunicazione su cosa sia la celiachia e su come vada prodotto, confezionato e servito un alimento che sia sicuro per un celiaco.

Purtroppo di specchietti per celiaci le nostre città sono strapiene, e non pochi uccelliaci finiscono impallinati da questi cacciatori di contrabbando.
Poi magari si lamentano con te che le analisi del sangue non si negativizzano mai.

Non mi chiedo quindi dove siano le ASL, il Sian (servizio igiene alimenti e nutrizione), gli ispettori, ecc.
E’ chiaro che siano al bar, come sempre quando cerchi un pubblico ufficiale o un impiegato ASL.

Mi chiedo quanto sia conveniente per l’AIC continuare a “normalizzare” il senza glutine attraverso i corsi a bar, ristoranti e gelaterie, senza contemporaneamente “problematizzare” la celiachia e tutto il sistema di procedure e pratiche che deve mettere in pratica chi vuole servire un cliente celiaco.

La leva che spinge un gelataio a fare un corso del genere è semplicemente fare più soldi potendo servire anche un cliente celiaco. Il celiaco porta gli amici e la famiglia, quindi si moltiplicano le possibilità di coni e coppette in più.
Se c’è ancora qualcuno che pensa che il gelataio lo faccia per empatia con la popolazione celiaca, lo prego di pugnalarsi prima della fine di questa frase.

Se al corso non segue un sistema sanzionatorio e di vera e propria macchina del fango nel caso di inaccettabili distrazioni dalle corrette procedure, il sistema a questo punto fa acqua da tutte le parti.

Per come la vedo io se scrivi “senza glutine” su un cartello e mi proponi un gelato contaminato od una cialda glutinosa, non solo devi ricevere una lettera dal mio avvocato, ma devi essere denunciato alla ASL e chiudere fino alla rettifica delle tue procedure perché, mi si perdoni il francesismo, stai prendendo per il culo una parte della tua clientela.

Mi si potrebbe rispondere che così facendo si creerebbe del terrorismo attorno alla dicitura “senza glutine”.
Chi pensa questo credo però che veda le cose tutte nere, perdendo le adorabili 40 sfumature di grigio che vanno tanto di moda.

O la celiachia è una cosa seria, e 20 milligrammi di glutine su un chilogrammo di prodotto bastano a renderlo tossico per un celiaco, oppure basta sciacquare la paletta del gelato perché quando ritorni su cialda e gusto questa annulli con un raggio laser alla Luke Skywalker le nostre amiche gliadina e glutenina.

Allo stesso tempo basta riscaldare il pane senza glutine nell’angolo della griglia dove di solito non si scalda il pane glutinoso per poter affermare di aver fatto un panino senza glutine coi fiocchi.
Visto che siamo in vena di cavolate vi informo che Michael Jackson è ancora vivo e se la spassa con Marilyn Monroe, che Babbo Natale si ammazza di canne 364 giorni l’anno fiaccato dall’assenza di lavoro, e che Biancaneve ha appena denunciato per stalking 7 uomini particolarmente bassi.

Se servi un celiaco ti devi prendere le responsabilità che questo comporta.
Non puoi garantirgli l’assenza di un mal di pancia, ma le tue procedure devono essere serie, quindi rigide.

Chi è spaventato da un celiaco e lavora nella ristorazione a qualsiasi livello, è ora che cambi lavoro, perché nel giro di pochi anni, se non saprà adattare la sua struttura alle esigenze di vegetariani, intolleranti al lattosio, vegani, nefropatici, fan del bio, kosher, allergici alla soia, celiaci, macrobiotici, diabetici, intolleranti all’uovo, ipertesi, ecc, la sua gelateria, bar o ristorante cucinerà per i propri camerieri e per pochi intimi.

I timorosi che replicano che quanto affermo può spaventare gli esercenti, non tengono conto della necessità di puntare alla “professionalizzazione” di un mercato svaccato, di diciture sputtanate e di garanzie fittizie: una corsa all’allodola armati di specchietti.

Ho paura sia dei cacciatori che di chi spesso gli fornisce il fucile.

Chi ci salverà?

Come sempre i celiaci.

Solo i celiaci incazzosi però.
I miei preferiti.

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Aiuti in Emilia: come è andata a finire?

Wednesday, June 27th, 2012

Eccomi di ritorno dall’emilia.

Nei giorni scorsi abbiamo raccolto tanti prodotti grazie ad amici e clienti del negozio.
Il risultato è stato un furgone pieno di vestiti, pasta, generi di prima necessità, pannolini, scatolame, ecc.

In questo caso il senza glutine c’entrava poco o niente, visto che i celiaci nei campi emiliani si contano sulle dita della mano destra di un falegname distratto.

Con gli altri ragazzi con cui sono partito avevamo deciso di distribuire i prodotti nei campi autogestiti, vale a dire nei tanti campi sorti spontaneamente e non gestiti da protezione civile o croce rossa: persone che preferivano non allontanarsi dalla loro casa o dalla loro azienda per paura degli sciacalli, altri in attesa dell’arrivo di un ingegnere che li informasse sull’agibilità della loro casa, altri ancora che hanno preferito organizzare la loro vita post terremoto insieme ai vicini e nel proprio paese, non a chilometri di distanza da quella che è (o era) la loro abitazione.

Avevamo tutti risposto ad un appello accorato di una ragazza di Modena che ci descriveva una situazione apocalittica: mamme in lacrime che ti fermano al semaforo in cerca dei pannolini per i loro figli, mancanza totale di bagni chimici e docce da campo, scarsità di viveri, ecc.

Sinceramente, la situazione che abbiamo trovato era molto distante dal concetto di apocalisse.
Per fortuna, ovviamente.

La situazione che ho visto con i miei occhi a Rovereto, Fossa, Concordia, Vallalta, Novi, ecc la definirei così: “difficoltà organizzata”.

Forse, anzi, sicuramente nei primissimi giorni successivi alle due grandi scosse la situazione era fuori controllo: c’è da dire però che il meteo è stato clemente e che la popolazione ha saputo organizzarsi ed auto-regolarsi al meglio: abbiamo trovato chiesa e parrocchie sempre presenti ed attive sul territorio, scout ben organizzati quanto a pranzi ed a sistemazione delle tende, centri autonomi di raccolta e smistamento dei tanti aiuti fortunatamente arrivati.

A questa ottima base spontanea di solidarietà vanno sommati gli aiuti istituzionali di protezione civile, comuni italiani, croce rossa, ecc.

C’è da dire inoltre che il terremoto ha insistito in una zona fortunatamente ricca: in tanti hanno avuto la possibilità di spostarsi nella loro seconda casa, moltissimi avevano già a disposizione camper o roulotte, altri devono averle acquistate subito, considerato che moltissimi camper che ho avuto occasione di vedere erano davvero ottimamente equipaggiati e nuovi di zecca.

Per difficoltà organizzata intendo anche una popolazione laboriosissima, che si rimbocca le maniche, non si abbatte, “barcolla ma non molla”: alcuni stanno ricostruendo la loro casa a proprie spese…altri hanno già spostato le loro attività anche a poche centinaia di metri da dove si trovavano prima, al limite in container o in casette prefabbricate sul ciglio della strada.

Non sono passati neanche 20 giorni dall’ultima scossa. Ho visto una laboriosità straordinaria, tanta voglia mista come è normale che sia a tanta paura che piano piano andrà via.

Non voglio quindi dire che il nostro intervento sia stato inutile, ma onestamente non mi sento di raccontarvi che da Roma sono partiti The Avengers, i vendicatori anti protezione civile che hanno salvato gli emiliani dalla peste e dalla fame.

La verità è che gli emiliani ci hanno accolto con affetto (come sempre). Il nostro aiuto è stato apprezzatissimo ma si è sommato ad una ottima base di auto organizzazione.

Ci aspettavamo campi autonomi scollegati tra loro. Fortunatamente abbiamo trovato persone solidali l’una con l’altra, parroci che ci spiegavano che le nostre scatole di pomodori non erano certo le prime che ricevevano, ma erano importanti per l’organizzazione dei pasti dei mesi a venire.
Siamo stati guidati da un campo all’altro da persone che con un giro di telefonate hanno sondato le esigenze di chi come loro aveva scelto, spesso “solo” per paura, di non rientrare in casa ma di dormire in giardino per paura di nuove scosse, anche se la casa non aveva subito danni.

Come ripeto, siamo partiti pronti al peggio.
Fortunatamente abbiamo trovato una situazione diversa, ovviamente lontanissima dal benessere, dal campeggiare in serenità o dal solo esplicarsi di fisime e di paure psicologiche.

La terra ha tremato eccome, i centri storici di molti paesi sono venuti completamente giù, di gente che ha perso casa ce ne è stata tanta, molti capannoni sono inagibili, tante case andranno abbattute perché irrecuperabili. Ci sono stati alcuni morti. Tutto questo l’abbiamo verificato e faceva male agli occhi.

Non è stato e non è uno scherzo.

Però ripeto, gli emiliani che ho avuto occasione di conoscere hanno da insegnarci la ricostruzione, non hanno bisogno di essere guidati da noi. Sanno già come impiegare i fondi, non serve loro una nostra consulenza. Sanno bene come far rinascere i loro paesi. Non aspettano nessun deus ex machina.

Non sono quindi rimasto deluso dal fatto che siamo partiti credendo di essere generali ed invece ci siamo trovati di fronte un esercito esperto ed auto organizzato.
Sono rimasto però stupito da tanta qualità.

L’italia vera che ho visto in questi giorni è fatta da sindaci che se ne fregano dell’arrivo del Papa e che hanno paura che il loro diventi un paese fantasma, perché l’Italia finta, cioè il governo ed i burocrati, stanzieranno due lire per la ricostruzione e renderanno pachidermico un meccanismo teoricamente leggerissimo.

L’Italia vera che ho visto in questi giorni è fatta di persone che non essendo religiose credono che una delle prime cose da ricostruire sia la chiesa del loro paese, dato il potere collante ed aggregante che da sempre ricopriva quello che non era solo un edificio.

L’Italia finta che mi hanno raccontato è quella che fa sì che la protezione civile si occupi solamente dei campi che gestisce pur avendo cibo e risorse in abbondanza anche per i campi autonomi limitrofi.
Serve poi l’intervento dell’amico dell’amico, del parroco o dell’avvocato conosciuto da tutti per avere dopo 10 giorni un bagno chimico od una doccia da campo: ecco l’Italia finta che ho visto in emilia.

L’Italia vera è fatta di gente che ti dice di no quando gli chiedi se ha bisogno di altre casse d’acqua perché magari ne ha già abbastanza e sa che accettare quella cassa d’acqua in più significa toglierla a chi ne ha più bisogno: te lo dice da una tenda della Quechua comprata da Decathlon, a 40 gradi sotto al sole, ringraziandoti mille volte perché ti sei fatto 600 km per portargli una cassa d’acqua.

Finisce che ti senti tu in difficoltà, ti senti tu un emerito coglione perché in fondo, molto in fondo, ti saresti sentito più utile se ti avesse risposto di sì a quella tua offerta, e ripensandoci ti piaci un pochino di meno perché pensi questa cosa.
Torni a casa con l’intento di continuare a seguire quello che succede in emilia perché hai capito che la cosa che uccide queste persone non è la tua assenza fisica, ma l’assenza del tuo interesse per il loro presente e per il loro futuro.

Ritornando a noi, visto che in teoria questo è un blog aziendale, non posso che ringraziare quei pochi clienti che ci hanno portato tante cose.

Esatto: pochi clienti ci hanno portato un sacco di cose.

Persone che arrivano alla fine del mese arrancando e che si sono fidate di Celiachiamo per fornire un aiuto diretto agli emiliani, consegnandoci buste piene di prodotti comprati appositamente.

Dai miei clienti mi aspettavo una risposta più ampia, ma in ogni caso tra amici e clienti il camion è stato ugualmente riempito.

Questa raccolta di prodotti e questa esperienza hanno confermato le mie idee e le mie sensazioni “chimiche” su alcune persone che vengono da noi a fare la spesa, nel bene e nel male.

Non me ne vogliano gli altri, ma in particolare ringrazio una ragazza che si chiama Anna.
La ringrazio non per i prodotti portati, ma per come ci ha portato i prodotti, per l’empatia e per il valore che quando la busta che mi porti passa dalla tua alla mia mano, magicamente si trasmette a me, mi responsabilizza, mi investe, mi conquista.

Ringrazio poi Francesca: quando c’è lei tutto è bello e non può succedere nulla di male.

Milena e Michela: una bella scoperta ed una bella conferma.

Aurora e Roberto: un ciclone in miniatura e una faccia buona, quindi un cuore buono.

Ringrazio anche alcune persone affette da sindrome del missionario; prima o poi capiranno che non odiare nessuno non significa amare tutti.

Finisco ringraziando molte delle persone che ci hanno accolto tra un campo e l’altro.

Sono state la prova provata che la beneficienza è una cosa stupida e la solidarietà ha le gambe corte se non c’è condivisione.

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Spero tolgano la ricetta ai celiaci

Tuesday, February 14th, 2012

Mi piacerebbe trovare prodotti senza glutine nei bar, al supermercato, nelle mense, in negozi specializzati, dal fornaio, nei distributori automatici…

Vorrei che i prezzi dei prodotti fossero normali…non ci crede più nessuno che un biscotto di riso debba costare più di un biscotto di frumento.

Credo che le due frasi precedenti trovino d’accordo tutti i celiaci.
Davvero. Senza paura di essere smentito credo che i semplici concetti espressi siano così banali da essere compresi da tutti e sposati da tutti.

Insomma tutti i celiaci vorrebbero la botte piena.
Quasi tutti però vorrebbero prima la moglie ubriaca.

Su facebook, sui gruppi che su internet parlano di celiachia, sui siti delle associazioni, ma anche su giornali radio e tv in questi giorni si parla della possibilità che il governo tolga il contributo mensile  che i celiaci hanno per comprare prodotti senza glutine.

E’ una ricetta od una sorta di buono a seconda delle regioni.
Si può spendere nelle farmacie, nei negozi specializzati e nei pochissimi supermarket convenzionati.

Come succede sempre quando si toccano gli interessi di una casta, si sono alzati da ogni parte gli scudi protettivi contro questa “proposta scellerata”, questa “ingiustizia legalizzata”, questa “perdita dei diritti acquisiti anni or sono”, questa “tutela per chi soffre quotidianamente”.

A costo di apparire impopolare e tafazziano, credo che togliere il buono/ricetta ai celiaci sarebbe una manna dal cielo, un raggio di luce di normalità in un sistema di lobby ed interessi tipicamente grigissimo.
Tutto italiano insomma.

Visto il maltempo che imperversa sull’Italia in questi giorni, mi si permetta una similitudine: ho letto e sentito una valanga di stronzate sul perché sarebbe giusto tutelare i celiaci attraverso il contributo fornito dal buono o ricetta che dir si voglia.
Sono talmente annoiato dalle non-argomentazioni di chi difende il senso dell’attuale sistema di contributo alla spesa dei celiaci che ho deciso di cancellare in blocco tutte le motivazioni di associazioni, clienti, amici di facebook, utenti di gruppi di interesse, ecc che pur avevo raccolto in maniera certosina in questi giorni.

Non ha veramente senso rispondere a chi ti dice che bisognerebbe scendere in piazza se levassero ai celiaci il loro buono mensile o a chi suggerisce la massima allerta in seguito a questo allarme, perché non bisogna abbassare la guardia, trattandosi di un potenziale indebolimento del diritto primario alla tutela della salute di chi, individualmente e socialmente svantaggiato dalla celiachia, a causa di questa patologia si dovrebbe sobbarcare gli oneri dell’acquisto dei farmaci salva vita, ossia dei prodotti senza glutine.

Pensa che idiota: io credevo di vendere da anni pasta di mais…

Solo ora mi rendo conto di essere un eroe.

Per lavoro mi occupo di fornire ai miei malati i loro farmaci salva vita.
Lungo il loro percorso di svantaggio individuale li accompagno nella difficile scelta tra una ciabattina ed un pan carrè.
Applico con destrezza le fustelle con codici a barre su ricette salva-celiaco, e non faccio pagare ai miei pazienti neanche un centesimo nel mio negozio, perché quel mini grissino con la nutella non deve indebolire il diritto primario alla merenda gratuita.

Anni fa ho creato il sito www.celiachiamo.com per alleviare lo svantaggio sociale delle decine di migliaia di malati celiaci che mensilmente visitano importanti e crude realtà trattate sul sito: ricette gluten free, vignette, introvabili crostate senza glutine, sezioni intere dedicate a salsa di soia e fecola di patate.

Ma non voglio compiacermi per questo.
E non ti biasimo se anche a te una lacrima ha velato il volto leggendo queste mie parole.

  • Difenderemo con il coltello del pane tra i denti il fatto che un kg di farina costi 8 euro.
  • Scenderemo in piazza con padelle e stoviglie separate per tutelare le stoiche aziende produttrici che aiutano ogni paziente celiaco nella dura battaglia quotidiana: fusilli al pesto o calzone al prosciutto?
  • Non abbasseremo la guardia se un povero farmacista, al primo caldo estivo, ci proporrà di acquistare con la ricetta un doposole al posto di un panino, ed anzi venderemo cara la nostra pelle idratata.

O forse potrebbe andare diversamente.

La realtà che vedo tutti i giorni è fatta di aziende produttrici che si ingrassano da anni a spese dello Stato.
La vera alchimia l’ha compiuta chi è riuscito a trasformare la farina per polenta in un biscotto da 40 euro al kg.
Altro che piombo in oro.

Le tre scimmiette che siedono al Ministero della Salute

  • Non vedono che i produttori notificano i prodotti a prezzi artificialmente gonfiati
  • Non sentono i consumatori che denunciano prezzi più bassi all’estero per gli stessi prodotti o linee di produzione identiche ma confezionate diversamente rispetto a quelle della farmacia proposte al supermercato a prezzi ridotti del 60%.
  • Non parlano dell’anomalia dei rimborsi dei prodotti senza glutine, dell’assenza totale di controlli sui prodotti fatturati, non rispondono alle società che come la mia attendono inutilmente e da mesi il rimborso per centinaia di migliaia di euro di prodotti venduti, pagati alla aziende a mai rimborsati da questo Stato canaglia.

Il celiaco medio invece si aspetta che sia tutto gratuito.
Ho clienti con la Ferrari. Stavolta non scherzo.

Tutti i mesi lasciano in cassa la loro ricetta da 140 euro e se spendono 141 euro ti chiedono se quell’euro in più lo puoi scalare dalla ricetta successiva.
Tutti indignati se il governo propone di lasciare il contributo solo a chi effettivamente non può permettersi il pagamento dei prodotti senza glutine.

Questa è la proposta: proporzionare il contributo dello Stato al reddito ed al patrimonio mobiliare ed immobiliare delle persone.

Trovo davvero scandalosa la proposta di togliere il contributo mensile ad un notaio, ad un dentista, ad un palazzinaro o al nostro amico a cui piacciono le auto di Maranello.
C’è da scendere in piazza in effetti.

A farsi una birra però.

Ovviamente in tanti potrebbero replicare che i prezzi rimarrebbero comunque alti, che in Italia non cambia mai niente, o che scrivo quello che scrivo non perché lo penso ma perché ho chissà quali interessi.

Parto dalla fine: chi ti scrive ha manifestamente interessi.
Per esempio avrei interesse ad avere quanto mi spetta dalla Regione Lazio, che non rispetta i contratti sottoscritti e non rimborsa a me come a tutti gli altri colleghi negozianti i prodotti senza glutine che in effetti abbiamo regalato ai nostri clienti celiaci quasi un anno fa.

In Italia l’erogazione dei prodotti senza glutine è gratuita non perché c’è una associazione che tutela i diritti dei celiaci o un ministero che ha deciso che questa categoria di persone non deve pagare i propri alimenti.

I prodotti sono gratuiti ai celiaci perché ci sono migliaia di negozianti e farmacisti che fanno da banche allo Stato, comprano oggi  i prodotti dalle aziende a prezzi vergognosamente alti, li forniscono gratuitamente domani ai loro clienti, e sperano che tra un anno questi prodotti vengano loro rimborsati dalle rispettive Regioni.
Nel frattempo hanno ingrassato produttori e banche (tra prestiti, anticipi fatture, ecc) ed intaccato la loro marginalità tutt’altro che invidiabile.

Inoltre se il governo decidesse di togliere la ricetta con buona probabilità una attività come quella che svolgo verrebbe svuotata di senso: mi ritroverei come un piccolo alimentari che si trova d’improvviso a gareggiare con un supermarket.
Questo ovvio senso del reale non mi fa però perdere di vista quale sarebbe la strada più giusta per il consumatore, anche se questo significherebbe perdere o trasformare il mio personale orticello.

Chi crede che se togliessero il buono i prezzi rimarrebbero comunque alti non ha chiaro alcun meccanismo relativo al libero mercato ed alla concorrenza.

Ci sarebbe una sana battaglia su qualità e prezzo sia tra produttori che tra commercianti e farmacisti.
Oggi il cartello dei produttori è evidente anche ai ciechi, e la concorrenza resa impossibile dal fatto che il prezzo al pubblico è dato dal prezzo che le Regioni rimborseranno all’esercente, uguale per tutti.

Chi crede che in Italia non cambi mai nulla mi fa un po’ tenerezza ma fa parte sicuramente della maggioranza. In questo caso però credo proprio che abbia ragione, dato che penso non verrà toccato il contributo mensile ai celiaci, quindi prevedo sonni tranquilli per tutti i rivoluzionari da poltrona esonerati dall’innalzamento di chiappe.

Personalmente credo che al celiaco medio non interessi cosa c’è dietro la busta della sua spesa mensile. Interessa il volume della sua busta, un diritto senza contropartita, un sistema svuotato di doveri.

Che importa se il valore di acquisto reale del buono non sia di 100 euro, ma forse di 25 o 30, costando tutto tre volte il giusto.
Che importa se questo importo non è mai stato allineato al tasso di inflazione e se in ogni caso per alimentarsi si è costretti a spendere al di fuori dell’importo del buono stesso.
Che importa se nei prodotti vengono messe tonnellate di grassi idrogenati, edulcoranti e schifezze varie. Sono mutuabili!
Che importa se il negoziante od il farmacista ti passa come mutuabile un prodotto che mutuabile non è.
L’importante è averla quella birra fresca insieme alla pizza del Sabato: gratuita è anche più buona.

Chi parla di diritti, di legalità, di giustizia, così come chi quando parla di celiachia parla di ingiustizia, invalidità o svantaggi è ora che smetta di camminare in fila indiana ed esca dal proprio centro perché si trova in un centro che si è disegnato da solo.

Se pensi di essere centro perché consideri periferia gli altri è il caso che tu rifletta su cosa puoi fare tu per l’altro e non su cosa l’altro debba fare per te.
E, come dice Celestini,

A voler smettere di camminare in fila indiana, bisogna cominciare a ragionare in cerchio.

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Celiachia e Parolacce

Thursday, January 12th, 2012

Tutte le mattine mi alzo, abbraccio la mia compagna, mi lavo, mi vesto ed alzo la serranda del negozio senza glutine in cui lavoro.

E’ il primo negozio “per celiaci” specializzato di Roma, si trova in Via Giulio Venticinque 32/34 in zona Prati. Insieme all’altro punto vendita che si trova in Via Latina 160/162, a San Giovanni, credo rappresenti per chi è celiaco la più vasta offerta di prodotti presente nella Regione Lazio.

Alzo la serranda per fare bene il mio lavoro e per servire i clienti nel migliore dei modi.
Mi trovo di fronte quotidianamente uno spaccato di società.
Il taxista che si lamenta delle possibili liberalizzazioni, il neo diagnosticato che ancora non sa cosa è la celiachia, il bimbo contentissimo per aver trovato il mignon al cioccolato fresco ed artigianale, il ragazzo innamorato di una “amica” celiaca che avendo finalmente trovato il coraggio di invitarla a cena a casa sua vuole fare bella figura e chiede a noi consigli su cosa preparare.

Lavoro tutti i giorni per dare il miglior servizio a queste persone.

Purtroppo devo servire anche altri, ed è a loro che rivolgo le seguenti considerazioni; lo faccio anche de visu, e siccome questo blog ci rappresenta lo faccio anche qui per chi abbia piacere o dispiacere a conoscerci meglio.

Sono tanti i celiaci che ci dicono che:

“è una vergogna che lo Stato non si occupi di noi nel giusto modo”

“è scandaloso che la birra Estrella e la cioccolata Venchi non siano mutuabili”

“è una vera condanna la celiachia, non bastano le lacrime in casa, mi vien da piangere anche a guardare come finisce presto la mia ricetta”

solo chi è celiaco sa cosa significa essere celiaco; non lo auguro a nessuno”

Volto pagina e racconto un altro spaccato di società a cui ho appena finito di consegnare lo scontrino e preparare la busta.

Signora di circa 65 anni o poco più. Potrebbe essere mia mamma: molto curata, occhi buoni.
Le chiedo se ha la ricetta mensile (ossia il buono per l’erogazione gratuita dei prodotti senza glutine) e lei mi risponde che quei prodotti li paga.
Mentre le faccio il conto mi chiede se mi risulta che sia proprio indispensabile la gastroscopia per ottenere dalla Regione l’esenzione per l’acquisto dei prodotti privi di glutine.

Le dico di sì, il protocollo prevede analisi del sangue e gastroscopia confermativa.
Lei mi risponde che la figlia ha da poco fatto le analisi e risultano positive ai marcatori sierologici specifici (anti-gliadina ed anti-transglutaminasi).

Il bip della cassa scandisce la nostra chiacchierata.

Le ricordo che ai fini dell’esenzione fare dieta gluten free per un discreto periodo e poi sottoporsi alla gastroscopia potrebbe far sì che dalle analisi non emerga atrofia dei villi intestinali, quindi niente esenzione in futuro.

La signora attende un po’ nel replicarmi.
Lo fa con la voce un po’ rotta, dicendomi che al momento il pagamento di quel pane o di quella pizza era il minore dei problemi, avendo appena diagnosticato alla figlia una leucemia linfoblastica acuta.
I medici non reputavano opportuno fare la gastroscopia alla figlia.

Ecco, alle persone che si riconoscono appieno nelle frasi virgolettate scritte sopra, che non in un singolo momento di sconforto ma nel loro quotidiano lamentano queste cose, scrivono sui forum e su facebook invitando la comunità celiaca alla rivoluzione, che si commiserano dal midollo alla pelle in ogni contesto per affermare il loro essere celiaci quindi sfortunati sfigati scarognati ed illuminati direttamente da un faro gigante mentre Gesù Cristo in persona consegna loro il fardello della pesante croce da portarsi appresso giorno dopo giorno.

A queste persone va il mio grande

Andate a Fanculo

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La sottovalutazione di un cervello celiaco

Saturday, October 29th, 2011

Più passa il tempo, più conosco persone, visito aziende, parlo con dirigenti, assaggio prodotti, mi guardo intorno…e più sono convinto che in moltissimi credano che “celiaco” sia sinonimo di “deficiente“.

Proviamo quindi a fornire rivoluzionarie informazioni ai capitani dell’industria gluten free.
Chissà che non migliorino tutto d’un botto.

1 - Un celiaco con buon probabilità nella sua vita pre-celiaca ha assaggiato il pane del fornaio o, ad esempio, un panettone artigianale

Ora chiedo a te, azienda: per quale motivo proponi al tuo consumatore un pane da tennis ed un panettone che se mangiato senza una damigiana d’acqua accanto ti fa rischiare il soffocamento istantaneo?!?
E soprattutto: perché questo pane gomma e questo ignobile panettone non te lo mangi te e tutta la palazzina tua?

Dai ragazzi, scherzi a parte quando andiamo a visitare le aziende o ci capita di incontrare gli agenti oppure i direttori commerciali dei principali marchi del mondo del senza glutine la nostra richiesta è sempre quella di assaggiare i prodotti che ci presentano.
A parole ci descrivono questi prodotti come il miglior pane, la migliore pizza, ecc ecc. Non ti nascondo che ci rimangono un pochino male quando ci capita di confessare che non daremmo quel pane neanche al cane malato del nostro vicino di casa… :)

Ultimamente ci stanno inviando dei campioni di panettoni nel nostro negozio senza glutine di Roma.
In seguito all’assaggio, abbiamo deciso di non buttarli perché in caso di un nuovo nubifragio che colpisca la capitale siamo certi che siano utili nell’assorbire anche il più pesante straripamento del fiume Tevere…

Fortunatamente sono sempre di più le aziende che al contrario di quanto descritto realizzano prodotti di buona o ottima qualità. Spesso, anche se non sempre, si tratta di aziende artigianali ed un pochino più difficili da trovare, ma il gusto di certo ne guadagna.

Quello che non mi spiego è come sia invece possibile per molte altre aziende lanciare sul mercato una serie di prodotti oggettivamente immangiabili. Solo per fare un esempio, nessun panificio glutinoso metterebbe mai in commercio un pane che appena aperta la confezione emana un odore di alcool neanche fosse un pane al whiskey, e che una volta tirato fuori dalla confezione inizia a disgregarsi tra le tue mani.
Al contrario se l’azienda in questione realizza prodotti senza glutine, è probabile che scriva sulla confezione che si tratta di un pane buono senza essere scaldato. E, quasi dimenticavo, si tratta ovviamente di una “nuova ricetta”!.

Pensaci bene: in quale altro settore c’è questa stranezza?

Io credo una cosa semplicissima. E’ colpa di ogni singolo celiaco se le aziende non sono spinte a far meglio.
Con il vergognoso prezzo che hanno i prodotti, e considerati i ricavi di ogni produttore, ogni azienda dovrebbe investire in ricerca e sviluppo molto di più di quanto realmente fa.

Cosa aspetti quindi a fare sentire la tua voce? Scrivi alle aziende, facebookkale, fai domande, dichiara ad alta voce che sei contro i conservanti e gli stabilizzanti, scegli i prodotti senza grassi idrogenati.
Aspetti passivamente che le aziende ti imbocchino?

Spesso sentiamo dire ai nostri clienti la frase “Questo prodotto non è male“.

Ma io dico: possibile che ci si debba sempre accontentare? Per quale motivo il celiaco medio non è esigente? Come si può prendere come termine di paragone un pane senza glutine industriale  in cassetta quando fino alla diagnosi il confronto era tra una rosetta del forno dietro casa ed un filone della panetteria del centro?

Personalmente credo che se un celiaco si accontenta di un pane “che non è male” non si parta con il piede giusto. Si deve tutti lavorare per un “buon pane”, che è cosa ben diversa.

2 - Informazione di servizio: anche chi è celiaco, viaggia

Amiche aziende, udite udite.

I celiaci oltre al buono mensile hanno carta d’identità e passaporto.

Questo significa che si accorgono che fuori dall’Italia spesso i prodotti senza glutine costano decisamente meno che da noi. Molte volte le stesse aziende che applicano un prezzo in Italia ne applicano uno molto più basso in Paesi anche vicinissimi all’Italia. Sarà mica che qualcuno se ne sta approfittando visto che da noi i prodotti senza glutine sono rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale?

3- Il confezionamento creativo

Se rispetto al prodotto che fornisci alla farmacia dai al supermercato un prodotto in cui cambi colore alla confezione o cambi leggermente il nome al prodotto stesso, con buona probabilità anche un protozoo si accorge che in realtà si tratta dello stesso prodotto. Se poi il protozoo nota una differenza di prezzo, può essere che arrivi a scoprire che in farmacia e dove si ritirano i buoni o ricette mensili i prezzi sono più alti perché i prodotti si possono scalare dall’importo del buono stesso.
Non ci faresti una bella figura…

4 - Un produttore, cento marchi

Secondo te c’è scarsa fantasia nelle forme dei plumcake o delle brioches, nell’etichettatura delle farine o nel confezionamento, ad esempio, delle gallette di riso o di mais?
Se lo stesso produttore realizza lo stesso prodotto senza glutine per due, tre, o dieci aziende diverse, forse il consumatore si accorge che in realtà si trova di fronte lo stesso prodotto ma confezionato per aziende differenti.

Anche senza settimana enigmistica troverà le differenze tra una confezione e l’altra. Differenze solo tra confezioni (e prezzi), in quanto il prodotto è in realtà sempre quello.

Dai, ci vuole un po’ più di fantasia.

5 - Pubblicità, marketing, raccolte punti, omaggi

Ultimo consiglio alle amiche aziende: se mi fai pagare la pasta secca 12 euro al kg, un biscotto 90 euro al kg, se per una merendina devo accendere un mutuo in banca e se per una confezione di pan grattato devo sognare di vincere il jackpot del superenalotto……….non credi che mi piacerebbe che investissi un po’ di meno in pubblicità, regalini e regaloni vari, ed un po’ di più sul prodotto stesso, sul miglioramento qualitativo, sull’abbassamento del prezzo o sulla realizzazione di una confezione che oltre alla carta mi faccia trovare un po’ più prodotto al suo interno?

Ai posteri celiaci le ardue sentenze…

p.s. ogni riferimento ad aziende o prodotti NON è puramente casuale :P

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Il Tirchio Celiaco

Monday, October 10th, 2011

Vuoi normalità? Allora dai normalità.

Ci confrontiamo spesso con i titolari degli altri negozi senza glutine di tutta Italia su come sia particolare la “clientela celiaca”.

Il nostro doppio ruolo, negozianti da una parte (abbiamo aperto il primo negozio specializzato in celiachia della Regione Lazio) e distributori dall’altra (Celiachiamo.com è una piattaforma distributiva di prodotti senza glutine artigianali) fa sì che ci troviamo ad essere contemporaneamente colleghi e fornitori di quei negozianti e farmacisti che servono, in totale, diverse migliaia di celiaci.

Tutti si lamentano di una cosa: i celiaci non spendono una lira (ops, si dovrebbe dire “un euro”) in più oltre all’importo della ricetta.
A questo si aggiunga il fatto che la scelta del prodotto senza glutine per la stragrande maggioranza dei clienti avviene secondo parametri molto diversi rispetto a quelli dei più comuni prodotti glutinosi.

Se un prodotto è mutuabile, ossia è prendibile con il buono o ricetta mensile, ha mercato.
Se non lo è, le vendite crollano.

Ed il gusto? Beh, quello viene dopo, molto dopo.

Sembra assurdo, ma tra un prodotto a pagamento molto buono ed un prodotto appena sufficiente, ma mutuabile, la stragrande maggioranza dei celiaci sceglie il prodotto mutuabile.

Si potrebbe pensare che il prezzo del prodotto a pagamento sia magari molto più alto di quello del prodotto mutuabile. Spesso non è così, anzi.
Nonostante il prezzo dei prodotti senza glutine sia vergognosamente e scandalosamente alto (Ministero, perché non controlli, dove sei?!?) molte volte farmacisti e negozianti vedono i propri clienti lasciare accanto alla cassa prodotti che costano pochi euro solo perché “non mutuabili”.
La birra è un esempio che ci fanno tutti. Si tratta di un prodotto non mutuabile e dal costo oggettivamente abbordabile, eppure in molti scelgono di privarsi di un bicchiere di birra perché con la ricetta la birra non si può prendere.

Nel nostro negozio di Roma una bottiglia di birra estrella costa € 1,50; mi sembra che il supermercato che si trova  a pochi passi da noi la venda, quando disponibile, a qualche decina di centesimi in più.
Anche quindi la possibile obiezione che i clienti scelgono di comprare per economicità da altre parti (supermercati, market, gdo, alimentari, ecc) i prodotti senza glutine a pagamento viene meno.
A questo va aggiunto che al supermercato la varietà dei prodotti è molto limitata.

Il celiaco è quindi tirchio?

Io non credo.

Credo invece che si auto-limiti.

La ricetta mensile diventa una sorta di barriera più o meno psicologica. Una barriera invalicabile.
Ci sono quindi un sacco di sentimenti contrastanti dietro queste scelte di non consumo.
Il celiaco medio è abbastanza incavolato del fatto che i prodotti senza glutine non siano disponibili ovunque. Soffre di non poter fare la colazione al bar, così come è stufo di non trovare mai neanche un etto di pasta senza glutine al ristorante dove si trova a mangiare, dovendo ripiegare sulla solita bistecca ed insalata.

Allo stesso tempo si lamenta che quel bar che è in grado di preparare la colazione senza glutine gli fa pagare il cornetto 50 centesimi in più rispetto agli altri cornetti glutinosi.
La soluzione quindi non è richiedere l’abbassamento dei prezzi (o quanto meno una calmierazione degli stessi da parte del Ministero), ma una lamentela (che mi appare sterile finché rimane fine a se stessa) con il barista, vittima egli stesso del suo prezzo di acquisto artificialmente alto.

Risultato finale: il celiaco non va a fare colazione al bar ed il bar non avendo clientela leva il servizio della colazione senza glutine.

Da una parte trovo sensata la scelta di un qualsiasi consumatore, celiaco e non, di non acquistare un prodotto o di non usufruire di un determinato servizio se il prodotto od il servizio gli appaiono esageratamente onerosi.

Dall’altra però non capisco perché questa legittima scelta di non consumo non sia applicata ai prodotti senza glutine che i celiaci comprano tramite la ricetta.

I produttori questo lo sanno. Il prezzo è l’ultimo dei fattori su cui lavorano quando pensano alla realizzazione di un prodotto. Prima del prezzo viene la stabilità del prodotto stesso (più è lunga la scadenza e meglio è), l’appeal del confezionamento ed un packaging che faccia credere al consumatore che nella scatola c’è più prodotto del reale, all’insegna del “tutto carta e niente arrosto”.

Il prezzo? Manteniamolo alto.

Tanto i celiaci il prodotto lo prendono gratis.

E’ proprio questa percezione l’inizio di un circolo non virtuoso che vede tutti collegati: farmacisti, negozianti, bar, ristoranti, e consumatori finali.

Non solo quindi nel nostro negozio, ma vi assicuro che in tutta Italia ai negozianti piacerebbe vedere fare ai propri clienti scelte di consumo basate sulla qualità dei prodotti, sulla freschezza degli stessi, sull’assenza di grassi idrogenati, stabilizzanti, conservanti e schifezze varie. E sul prezzo.

Se il mercato non cambia dall’alto, sicuramente può essere modificato dal basso.

Chi quindi esige normalità dovrebbe iniziare a dare normalità.

Chi vorrebbe tutto gratis dovrebbe rendersi conto che niente è gratis, ma pesa sulla collettività e quindi anche e soprattutto su sé stesso.

Chi crede di non pagare i prodotti che acquista sotto ricetta, dovrebbe valutare il reale valore di spesa della ricetta stessa.

Chi crede che tutto il mondo che ha intorno dovrebbe servirlo gratuitamente è il caso inizi a comprendere le motivazioni di chi ha intorno, chiedendosi se è o meno parte dell’eventuale problematica, non vittima della problematica stessa.

Ci saranno sempre clienti che rinunceranno all’acquisto di un pacchetto di patatine da 60 centesimi a fronte del prelevamento di 140 euro di merce gratuita.

L’importante è che si rendano conto che non possono esigere normalità se per primi non sono soggetti ad un processo di acquisto, per l’appunto, normale.

Quando ad un convegno all’interno del Ministero della Salute mi lamentavo (da negoziante, sic!) dei prezzi dei prodotti gluten free, ebbi da un dirigente una risposta che ha una sua logica:

Il Ministero della Salute fornisce un contributo al celiaco, non sovvenziona il 100% della sua spesa.
Se quindi prima di essere diagnosticato tale un celiaco spendeva 2 euro per un pacco di biscotti della Mulino Bianco, ora che è celiaco deve sapere che il Ministero con l’importo del buono/ricetta non si sostituisce a quei 2 euro, ma colma la differenza di prezzo tra quei 2 euro ed il prezzo di un prodotto senza glutine.

Moltissimi celiaci non hanno chiaro questo punto.
Si lamentano (a ragione) del prezzo alto dei prodotti, non operano alcuna scelta di consumo (e non) tesa ad abbassare i prezzi dei prodotti stessi, e ritengono che non sia giusto o naturale spendere soldi al di fuori del contributo mensile.

Molti confessano anche di comprare ad esempio pasta senza glutine per tutta la famiglia perché è più comodo preparare un unico tipo di pasta per tutti. Come dargli torto. Dopo una giornata di lavoro preparare due pentole per la pasta, dividere il sugo, ecc è effettivamente complicato e dispendioso in termini di tempo.

D’altro canto trovo non tanto ingiusto, ma decisamente stupido ritenere possibile che con 99 o 140 euro al mese si riesca a coprire il fabbisogno di pane, pasta, dolci, biscotti ecc di una intera famiglia.

Un celiaco sembra dimenticare che prima della diagnosi, quando ancora mangiava prodotti con glutine, spendeva mediamente 150 euro al mese tra pane, panini, pizza, dolci, torte, biscotti, cereali per la prima colazione, lieviti, farina, crackers, sostituti del pane, ecc.

Alcuni celiaci arrivano addirittura a credere che con circa 100 euro al mese, e sapendo che i prodotti gluten free costano il doppio dei prodotti comuni, riescano a soddisfare i loro bisogni e quelli di parte della loro famiglia; o per meglio dire, si lamentano di non riuscire in questa impresa.

Ogni persona, cliente o non cliente, credo sia libero di pensare ed agire come crede.

Ci si chiede solamente come non si possa notare grande contraddizione su aspetti così ovvi.

Per esperienza personale se si prova a dire ad un cliente celiaco che in realtà è del tutto normale andare “fuori ricetta”, ossia spendere più del contributo mensile ministeriale, con buona probabilità si ha in risposta una critica al prezzo dei prodotti ed un rifiuto a superare questa barriera. Non è una argomentazione, ma a quanto pare è una risposta.

Mi appare una sorta di auto-castrazione.

Se prima spendevi 2,50 euro per una confezione di pan di stelle, che problema c’è a spendere oggi la stessa cifra per levarsi uno sfizio e mangiare un biscotto di cui magari si ha voglia?

Non è solo nostra esperienza diretta, ma da tutta Italia anche gli altri negozianti ci dicono che è infinitamente più frequente vedere il proprio cliente lasciare un prodotto per non superare la quota della ricetta (anche se di pochi centesimi) piuttosto che colmare in denaro l’eventuale eccedenza.

E’ ovvio che ci sono delle eccezioni, però la statistica è davvero significativa e schiacciante.

La normalizzazione della dieta senza glutine passa anche attraverso un approccio più naturale al processo di acquisto dei prodotti.

Tirchio o non tirchio, ogni celiaco dovrebbe operare scelte di consumo orientate dal gusto, dalle possibilità di inclusione e non di esclusione che può creare un prodotto, dalla qualità degli ingredienti; e dal portafoglio.

Quanti celiaci propongono a tutti gli amici di mangiare, per quella sera che sono ospiti a casa sua, tutti quanti senza glutine?
Quanti celiaci realizzano due torte di compleanno, una “normale” e l’altra senza glutine?
Quanti per pochi spiccioli rinunciano al piacere di una birra al pub con gli amici?

Come ripeto, il “celiaco medio” descritto, somma delle tante situazioni che viviamo e che ci raccontano gli altri farmacisti e negozianti con cui ci confrontiamo, non rappresenta la totalità dei celiaci, ma quella tipologia di consumatore che auto limita le sue possibilità, vive la sua condizione come minoritaria, ed anche quando avrebbe la possibilità di far conoscere il senza glutine agli altri, amici o parenti che siano, decide di escludersi senza motivo.

Sarà anche tirchio? Forse, chissà.

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