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L’ABC del senza glutine ed il panino del McDonald’s

Monday, August 12th, 2013

E’ di questi giorni la notizia che McDonald’s Italia ha iniziato a proporre anche un panino senza glutine.
Realizzeranno in versione gluten free il classico panino carne+salsa.

Wow! Penserai tu.
Sai che noi siamo per l’alimentazione sana, per lo slow food, per il bio, per l’assenza dei grassi idrogenati, ecc ecc, giusto?

Quindi ti aspetti da noi una bocciatura in toto, non è vero?

In realtà no: Wow! Penso anche io.

Personalmente credo sia un ottimo passo in avanti.
McDonald’s con il suo panino senza glutine crea possibilità di normalità, e già questo mi basta.

Non mi dilungo sulle componenti gustative, psicologiche, sociali, ecc che nascono dal panino gluten free, così come non mi va di annoiare (ed annoiarmi) parlando dello junk food (ossia del cibo spazzatura), delle porcherie che si mangiano nei fast food, dei nutrizionisti che sconsigliano questi cibi, dei film e delle inchieste stile “Super Size Me” che, a ragione, demonizzano questo tipo di alimentazione.

Mi interessa la creazione delle possibilità.
La creazione delle possibilità mi ha portato a pensare di aprire il primo negozio Celiachiamo.
Chi pensa che in realtà lavoriamo oltre 60 ore a settimana per arricchirci sulla salute dei celiaci si aprisse semplicemente un negozio specializzato invece di fare il rivoluzionario da tastiera.
Solo poi torni qui a commentare.

A mio giudizio quindi, per un celiaco poter avere McDonald’s come possibilità è una cosa più che positiva.
Al singolo celiaco scegliere se è o meno opportuno mangiare il cibo di McDonald’s.

Credo che la libertà sia la possibilità di fare delle cose, non necessariamente farle.

Anche un tipetto magrolino qualche anno prima di questa mia massima aveva detto qualcosa in merito a questo. Mi sembra si chiamasse Gandhi:

Non vale la pena avere la libertà se questo non implica avere la libertà di sbagliare.

Ecco, il celiaco italiano non è libero. Neanche di sbagliare.
E ovviamente finisce che sbaglia comunque.

Non è libero perché non è abituato a pensare con la propria testa.
Forse questo è un problema dell’italiano tout court, non solo del celiaco italiano…

Diciamo allora che il celiaco italiano, che parte svantaggiato (in quanto italiano, non celiaco!), è immerso in un sistema clientelare, in una complessità fittizia, in una maglia burocratica fitta e carbonara, insomma in una pastetta tricolore che ne mina, per l’appunto, la libertà.

Oggi mi sento forte con le citazioni, quindi vi snocciolo questa, che non mi piace per niente, ma che rappresenta appieno quel sistema che descrivo in questo post, ma che a pensarci bene è il filo conduttore di buona parte di questo blog:

La libertà è il diritto di fare ciò che le leggi permettono.

Non a caso in Italia appena un massone come Montesquieu (è sua l’ultima frase) dice la sua, noi facciam di tutto per seguire questi insegnamenti, creando leggi e leggine, cavilli e protocolli, nominando responsabili pubblici che a loro volta ne nominano di privati, tutor, contro tutor, vigilantes, ominicchi e quaquaraquà.
Tutti a controllare, invece che a lavorar per bene.

Di fatto quindi, in Italia creiamo leggi per controllare gli altrui diritti.
In teoria invece, si dovrebbero far leggi per ampliare le altrui possibilità, facendo finire la tua libertà proprio dove inizia la mia. Martin Luther King docet.
Ma questa è un’altra storia.

“Ma di che parli?”
e
“Cosa c’entra la celiachia?”

Mi potrebbero chiedere gli stoici che son arrivati fin qui seguendo i miei deliri.

Celiaci miei, andate all’estero. Scegliete un Paese qualsiasi, potete andare in Austria, in Inghilterra, in Spagna o se vi piace farvi 12 ore di volo arrivate sino in Nuova Zelanda.

Il senza glutine è una cosa semplice.
Vai in Austria e la Farina Schar costa, nella via principale di Vienna, il 56% in meno che da noi a Bolzano, dove Schar ha sede e stabilimento di produzione.
Vai in Inghilterra e trovi da Tesco (supermercato diffusissimo) il pane in cassetta senza glutine, a prezzi competitivi per noi che ragioniamo in euro, figuriamoci per i celiaci inglesi che pagano in sterline.
Vai in Spagna ed il panino gluten free da McDonald’s c’è da anni, è la loro normalità.
Vai in Nuova Zelanda e trovi più pizzerie senza glutine lì che a Napoli, dove la pizza l’hanno inventata.

Il senza glutine, dove è regolato dal mercato, funziona.
L’alimentazione fuori casa funziona, è normale proporre un pasto senza glutine perché esistono dei protocolli appositi di stoccaggio della merce e di trasformazione della stessa. Anche da noi ci sono questi protocolli (sono regolati dal piano HACCP obbligatorio per chiunque abbia a che fare con gli alimenti) ma le nostre ASL, i nostri SIAN (servizio igiene alimenti e nutrizione) e le nostre Regioni sono così ignoranti che hanno bisogno di chiedere alle associazioni di volontari di preparare dei corsi ai ristoratori, di “prestare” alle istituzioni i medici dei loro comitati scientifici, di controllare che il territorio non intossichi i celiaci.

Follia allo stato puro.

Ecco quindi che in Italia il senza glutine non è regolato dal mercato, i prodotti li trovi a prezzi altissimi perché c’è la ricetta, il celiaco medio non capisce una mazza sul sistema ricetta-prezzi alti e sui canali di approvvigionamento prodotti volutamente controllati (lobbies farmaceutiche, Regioni che pagano tardi così guadagnano anche le banche che anticipano i crediti, doppio confezionamento dei produttori, ecc ecc).

Da noi una pizzeria che fa senza glutine sembra un unicorno in una valle di asinelli, se non fa corsi inutili, se non accetta di essere controllata da volontari non professionisti, se non si inserisce in un sistema di loghi e loghetti che fa acqua da tutte le parti, beh, se non inizia questa ridicola gincana, non può servire un celiaco.

Ritornando al McDonald’s, in alcune regioni (Emilia Romagna, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria) l’azienda non può ancora (Agosto 2013) proporre il panino gluten free perché hanno creato delle leggi locali per cui è obbligatorio fare un apposito corso prima di poter servire un celiaco.

Che c’è di male a fare il corso? Così imparano a servire un celiaco senza contaminazioni, giusto?

Vi hanno insegnato a pensare questo, e siete liberi di credere quel che volete.

Ma sappiate che esistono già i protocolli per servire un celiaco, che abbiamo già un sistema territoriale composto da professionisti che per lavoro devono controllare, vigilare, e verificare le garanzie.
Abbiamo già una normativa che non ti permette di dire che prepari cose “senza glutine” così, semplicemente scrivendolo su un cartello con il pennarello.

E’ dal 1986 che è istituito presso il Ministero della Salute “l’elenco pubblico delle ditte commerciali e dei produttori che abbiano riportato condanne con sentenza passata in giudicato per reati di frode e di sofisticazione alimentare”.

Insomma si rischia penalmente, ma da noi, come già ricordato, le leggi sono fatte per controllare i diritti altrui.
Invece di far lavorare i SIAN, le ASL, gli ispettori professionisti, i municipi, i comuni, le province e le regioni, da noi si rende indispensabile un corso in cui ti dicono cose che qualsiasi essere pensante che ha in mano un mattarello dovrebbe sapere. Basta annuire con la testa e dopo un paio d’ore via, sei pronto ufficialmente a preparare cose senza glutine.
Il celiaco stia pure tranquillo: in caso di segnalazioni verrà inviato un volontario tassista od un carpentiere volontario a controllare le procedure del ristorante in questione.
Professionisti dell’alimentazione, insomma.

Ecco quindi che ci abituano a pensare alla complessità: i ristoratori sono ignoranti come zappe, la contaminazione è più che probabile, è necessario un nuovo sistema di garanzie, ecc.
Tutto questo solo da noi, perché dalle altre parti i celiaci hanno la pancia a palloncino come nel Saharawi.

Da questo ne deduco che in Inghilterra i ristoratori sono tali solo perché ingegneria aerospaziale a Londra è una facoltà a numero chiuso.
A Vienna i prodotti costano di meno perché fa più freddo, i prezzi quindi sono congelati da anni.
A Barcellona McDonald’s riesce a spiegare al ragazzo come tagliare a metà un panino gluten free della Proceli. A Firenze questa cosa è tremendamente complicata.
Ad Auckland una mutazione genetica deve aver creato pizzaioli gluten free come se piovesse.

Ovviamente, i prezzi dei prodotti senza glutine all’estero, appena entra un italiano, si dimezzano per poi ritornare magicamente normali. Hanno creato un italian celiac detector.

Ovviamente, i celiaci di tutto il mondo si sentono male ogni volta che mangiano fuori casa, in quanto i ristoratori non hanno fatto alcun corso.

Oppure forse, ma dico forse, questa complessità del senza glutine, questa burocratizzazione di un panino, è funzionale a dar da mangiare ai soliti noti. E si tratta di panini con tanti zeri alla fine.

In un Paese in cui le dinamiche vengono regolate dal mercato ed in cui la libertà è il diritto di fare davvero ciò che le leggi permettono perché le leggi che sono state create sono anche applicate, si lavora tutti perché vi sia un controllo sull’applicazione delle stesse.

McDonald’s ed il suo panino senza glutine hanno dimostrato che dove il gluten free diventa economico per la struttura che lo vuole proporre (perché è il mercato, cioè la gente, a richiederlo in massa), è tutto interesse della struttura proporre l’allargamento al gluten free del servizio standard.
Senza chiedere niente a nessuno (è inutile se non ridicolo che qualcuno si appropri di vittorie non sue) McDonald’s ha applicato in Italia questa sua politica economica. Niente di più semplice.
Non l’ha potuta applicare (ancora) appieno a causa delle leggine e delle gincane di alcune Regioni che preferiscono demandare esternamente le complessità (che tali non sono) che dovrebbero risolvere internamente.
Da noi è quindi conveniente, invece che andare da A a C passando per la lettera B, fare una deviazione che comporti il passaggio per la lettera I.

La I di Italia, è ovvio.

Pubblicato da Celiachiamo.com Srl
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